Aphrodite, il cavaliere delle rose

Capitolo 1. La decisione...

© 2001 by Aphrodite

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E qui finiscono i ricordi di mia madre... qui iniziano i miei. Il primo evento di cui serbo memoria avvenne quando avevo tre anni.

Mio padre, è di lui che questo mio primo ricordo è impregnato.

A quei tempi mia madre non aveva ancora cominciato ad allenarmi, ancora non sapevo quello che era veramente.

Era inverno, faceva tanto freddo, il sole era basso sull'orizzonte e i suoi bagliori erano così tenui da farlo somigliare alla luna.

In Svezia, di solito, non si vede lo stesso sole che ormai sono quasi abituato a guardare qui in Grecia. Cioè, sono ben consapevole che è lo stesso astro che brilla su ogni punto del globo... ma lassù sembra, in qualche modo, diverso.

Io in quel lontano, scuro giorno invernale ero rinchiuso in casa davanti ad un fuoco scoppiettante e caldo, vestito pesantemente.

Giocavo sul caldo tappeto della camera centrale della mia casa, con dei giocattoli di legno.

C'erano dei vichinghi, intagliati in pezzetti di legno colorato, e una grande nave da guerra con tanti remi, ricordo ancora il grande occhio dipinto sulla polena, l'occhio di un drago ciclopico, lungo e ricurvo.

Quei giochi erano fatti benissimo, mio nonno, il papà di mio padre era molto bravo nel costruire balocchi.

E poi, li prendeva direttamente dai grossi vecchi libri che mi leggeva, egli era Norvegese e mi parlava sempre dei fiordi magici delle sue terre e delle vecchie leggende degli uomini di mare.

Così facevo navigare sulle onde del grosso tappeto, la nave da guerra piena di guerrieri armati fino ai denti e soffiavo sulle grosse vele dipinte per simulare la brezza marina... ero stato così poche volte nella città marina di Lulea, ma quelle poche volte mi aveva trasmesso la malinconia tipica degli abitanti della costa che, quando vanno a vivere nell'entroterra, cercano il mare ovunque.

Io lo ricercavo nei miei giochi, nei discorsi dei grandi, in tutto. Ero molto attratto dal blu profondo del mare, mia madre diceva che era normale perché ero nato sotto il suo stesso segno.

Mio padre, mentre giocavo, entrò nella stanza senza farsi sentire... e mi afferrò alla vita, sollevandomi e facendomi volare in aria.

Egli rideva e anche io... ridevo come poteva ridere un bimbo, un sorriso veramente innocente.

"Cosa fa il mio Mika?"

Mika era il nome che usava mio padre per chiamarmi, per la mamma io ero Aphrodite. Il mio papà spesso discuteva con la mamma perché detestava il nome con il quale mi chiamava. Diceva che ero svedese e come tale dovevo portare un nome svedese!

Mio padre era un uomo che nutriva un profondo rispetto per la patria.

"Papà! Sto lottando!" risposi imbronciato "Ora la mia flotta verrà affondata!"

"Oh, scusa tanto tesoro!" disse mettendomi giù e fissando il mio piccolo campo di battaglia "Posso aiutarti a vincere?!"

"No! Papà! Devo farcela da solo!"

"Come sei serio, sembri tua madre quando parli di battaglie, mi fai quasi paura!"

Mi scompigliò il biondo caschetto con le sue grandi mani.

"Io sarò un guerriero vichingo da grande, papà!" affermai seriamente "combatterò tante guerre! E ne uscirò vincitore!"

"Ah ah ah ah!!" papà aveva una risata cristallina "Ma sempre a pensare alle guerre tu! Non mi piaci quando dici queste cose!"

Egli era molto dolce e di natura pacifica, era molto bello, fuori e dentro.

I suoi occhioni azzurri mi rapivano sempre, brillavano di una luce viva. La sua pelle era molto chiara e i suoi lunghi capelli biondi, che portava sempre raccolti in una coda, erano morbidi.

Io amavo da morire il mio papà; le sue carezze le cercavo come un pellegrino nel deserto che cerca l'acqua.

Si sedette di fronte a me, a gambe incrociate, osservandomi mentre distruggevo un villaggio con i miei guerrieri. Dopo aver riso un po', mi prese di nuovo tra le sue braccia, cullandomi.

"Ora basta, piccolo Erik il rosso! Non esageriamo con questi atteggiamenti da guerriero! Voglio coccolare un po' il bimbo e non posso attendere la fine di questa guerra!"

Stavolta mi arrisi subito, mio padre sembrava tanto triste, perché il suo lavoro lo prendeva molto, doveva avere sempre a che fare con i colleghi di lavoro, che badavano al paesello di Boden... non mi vedeva quasi mai, anche se mi amava a tal punto da volermi sempre coccolare.

Così, in quel pomeriggio invernale, probabilmente era riuscito a fuggire ai doveri per dedicarsi un po' a me con tutto se stesso.

Mi teneva sulla sua coscia destra e mi dava dei bacetti sulla fronte.

"Che hai fatto oggi, oltre a guerreggiare?!" mi chiese tra una coccola e l'altra.

"Stamattina ho ascoltato una storia del nonno!"

"Ma che cosa affascinante!" rispose lui "Il nonno ti vizia proprio come viziava me!"

"Che vuol dire viziare, papà?!"

"Vuol dire che il nonno ti fa vincere sempre e tu lo tieni a bacchetta senza ritegno! Povero vecchio, lo distruggi sempre! Ecco perché stamattina era stanchissimo e si reggeva la schiena dolorante! Non dirmi che gli hai anche chiesto di portarti a cavalluccio!? Lo sai che non può sforzarsi!"

Risposi con il silenzio del colpevole.

Quando aprii la bocca lo feci per cambiare discorso: "Papà, è vero che mi porti sulla slitta?! Dai, papà, dai!" e cominciai a tirargli insistentemente la grossa casacca imbottita. Sapevo essere convincente, devo essere sincero, ero molto esasperante, piangevo, strillavo e alla fine ottenevo quello che volevo, almeno potevo con il mio papà. Con la mamma era più difficile... anzi era impossibile.

"Mika, ma fa tanto freddo fuori!"

"Sì, papà, ma me l'avevi promesso e poi voglio andare a vedere i cuccioli di Aria che abbiamo dato al mugnaio. Se andiamo con la slitta trainata da quei bei cagnoni bianchi, arriviamo prima!"

Ero tutto eccitato, andare sulla slitta mi faceva sempre quell'effetto.

"Sei intelligente! Piccolo teppistello... mi metti con le spalle al muro! Io non posso dirti di no poiché andare dal mugnaio a piedi è praticamente un suicidio!" mi arruffò ancora una volta i capelli, poi si alzò tenendomi tra le braccia "Va bene, cucciolo! Ma prima passiamo nella tua stanza e rovistiamo nel baule alla ricerca di qualcosa di pesante da metterti addosso..."

Non stavo nella pelle dalla felicità, ma proprio mentre stavamo per uscire dalla stanza ridenti...

"Dove avete progettato di andare, ora?!" la mamma ci guardava con il cipiglio come sempre "Fuori fa freddo! Non è un posto adatto per una scampagnata!"

il suo volto mi terrorizzava, probabilmente aveva litigati con qualcuno, io mi nascondevo tra le braccia forti di mio padre, che, felice, le rispose: "Dal tuo abbigliamento non si direbbe!"

Portava dei pantaloni di tela e una camicia, mi faceva rabbrividire.

"Io posso sopportare il freddo, Aphrodite deve ancora imparare a farlo!"

"Si chiama Mika!" sibilò papà, egli aveva paura della mamma e avrei capito perché solo molto tempo dopo.

La mamma non lo ascoltò e si diresse verso il camino, schiacciando due soldati vichinghi.

"Resta qui, Nicolaj, devo assolutamente parlarti!"

Papà sospirò e mi mise a terra, io corsi dai miei soldati feriti, con le lacrime agli occhi. La mamma gli aveva schiacciati volutamente! Scoppiai a piangere disperato: "... mamma... li hai uccisi! Ora non possono più aiutarmi ad..."

La guancia mi bruciò per il forte schiaffo che mi giunse dalla donna:

"Quante volte ti ho ripetuto che le lacrime sono segno di debolezza? Vuoi essere debole agli occhi degli uomini?!"

Deglutii, tirando su con il naso, feci cenno di no. Quando era nervosa, era molto pericolosa. Papà, prontamente, alzò la voce con lei: "Erja, smettila! solo un bambino di tre anni!"

Mi riprese tra le braccia, io affondai la testa nella sua spalla, mentre lui mi dondolava.

"Nicolaj, mio figlio lo educo a modo mio!"

Papà passeggiava avanti e indietro nella stanza, dandomi colpetti sulla schiena per calmare la crisi di pianto che mi aveva colpito: "Nostro figlio! Vorrei ricordarti che è anche il mio bambino!"

"La madre accudisce i figli, questo è noto sin dall'antichità!"

Mio padre era irato, si sentiva dai tremiti del suo corpo : "Forse le donne con la gonna, non quelle che passano la metà del loro tempo ad allenarsi!"

Sentii la risata della mamma, era cinica, cattiva.

"Allora non dirmi che sarebbe meglio se Aphrodite lo allevassi tu! Così avrei un figlio piagnucolone e che raccoglie fiorellini a primavera! Fuori discussione!"

I suoi erano ruggiti e io avevo paura di lei sempre di più, però aveva distrutto i miei giochi, un giorno gliel'avrei fatta pagare!
Papà non riusciva a contrastare la sua prepotenza e boria, per questo lasciò cadere il discorso e chiese, dopo essersi andato a sedere sulla sedia dondolante vicino al fuoco e cullandomi dolcemente : "Che volevi dirmi?"

La mamma dava calci ai pezzi di legno incandescenti del camino, sulla bassa sporgenza di marmo sporco, lasciando una scia di aria rossa.

Prima di parlare lei distolse lo sguardo dalle fiamme e lo pose su noi due. Io mi ero calmato e passavo le manine su quelle di mio padre, portandomele alla bocca, mordicchiandomele. Egli sorrideva divertito dai miei infantili movimenti.

Quando quello sguardo freddo si fermò, insistente, su me e mio padre, io mi bloccai e la osservai. Sembrava che il fuoco scoppiettante del camino fosse stato assorbito dalle sue iridi azzurro ghiaccio.

Quando parlò, la sua voce parve venire direttamente da un quadro inquietante.

"Ho deciso che il prossimo cavaliere dei Pesci sarà mio figlio, se sopravviverà agli addestramenti! Le stelle l'hanno voluto tale perché è sotto questo segno che Aphrodite è nato!"

Ricordo che, a quelle parole, mio padre, mi strinse involontariamente al petto, facendomi male, mi lamentai, ma egli allentò di poco la stretta. Rispose a mia madre: "Scordatelo! Mika ha un futuro diverso da quello che tu vuoi preparare. Deve scegliere da solo... ed è ancora troppo piccolo per farlo, quindi, se veramente vuoi fargli fare il grande passo, deve deciderlo da solo!"

Sembrava convinto delle proprie parole, una delle poche volte in cui papà era disposto a contrastare un desiderio della mamma, io sapevo cosa sarebbe successo in quel momento, la donna avrebbe urlato e così fece:
"Aphrodite è MIO figlio! Io decido della sua vita, io l'ho messo al mondo!"
Mio padre rispose con impeto: "Ma non hai alcun diritto di decidere o rendere vicino il giorno della sua morte!"

A quel tempo non capivo il significato di quelle parole... ma mio padre era tanto angosciato mentre parlava, tanto preoccupato che cominciai a singhiozzare.


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