Il segreto di Artemide

Capitolo quarto: La confessione di un amico

© 2001 by Graziana

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La stanza era invasa da una luce pallida e tremolante che penetrava dalla finestra. Shun si svegliò di colpo perché qualcuno aveva suonato il campanello, ma i suoi occhi non furono feriti da quella luminosità delicata. Con movimenti impacciati si alzò imprecando per il dolore causato dalla ferita. Una piccola macchia di sangue deturpava la manica del pigiama, che aveva infilato la sera prima, appena arrivata a casa, mentre riponeva, in fondo ad un tiretto del suo armadio, chitone e maschera. Con passi lunghi ma lenti percorse la distanza che intercorreva tra la porta d'ingresso ed il suo letto. Aprì sbadigliando vistosamente e strizzando gli occhi.

  • Ben svegliato, dormiglione! - Esordì Hyoga con un grande sorriso.

L'amico lo fece accomodare senza dire una parola: il giovane si presentava praticamente tutte le mattine ed era abituato ed un buon quarto d'ora di silenzio, in quanto il padrone di casa era troppo stordito per parlare ed a stento riusciva a comprendere quanto gli veniva detto. Quel giorno, apparentemente uguale agli altri, era però diverso: Shun non parlava per paura di compromettersi, ma la sua mente rea vigile e lucida.

  • Caffè? - Domandò, conducendo l'amico in cucina

Il russo annuì senza smettere di sorridere, tanto da apparire uno sciocco:

  • Ho portato anche due cornetti caldi!

I due bevvero in silenzio il liquido freddo e scialacquato, che evidentemente era stato preparato la sera prima.

Il sole illuminava prepotentemente i visi degli amici intenti a far colazione senza proferir parola, diffondendosi in tutta la stanza e riflettendosi su una pentola lasciata su un fornello mai acceso.

- Sei più assonnato del solito. Anche tu hai fatto tardi ieri sera?

Chiese Hyoga per iniziare una conversazione civile quando ebbe ingoiato l'ultimo boccone. L'altro scosse la testa:

  • Mi sono coricato piuttosto presto, ma non mi sono addormentato facilmente.
  • Io, invece, ho incontrato una ragazza.- Esclamò; ora il sorriso era improvvisamente scomparso dalle sue labbra.
  • Una ragazza, dici?- Gli chiese Andromeda, pensando: - Oh, no! Se mi parla di me che reazione potrei avere?

Si ripromise di mantenere i nervi saldi e di ascoltare con calma il racconto che il Cigno s'apprestava a narrare.

  • Stavo studiando quando ho sentito un grido di donna venir giù dalla strada. Era una sacerdotessa guerriero ferita da un colosso bardato in oro!

La giovane finse di affogarsi con la bevanda:

  • Un cavaliere d'oro? Com'è possibile? - Tentava palesemente di deviare l'argomento
  • Già, ma non è questi che ha attirato il mio interesse, bensì la fanciulla che, del tutto disarmata, l'ha letteralmente steso nel tempo che ho impiegato per scendere le scale.

Questa volta Shun non parlò, ma tenne fissi gli occhi sulla sua tazza di caffè amaro e freddo.

  • Capisci? - continuò l'altro infervorandosi - Una ragazzina che sconfigge un guerriero sicuramente fortissimo! Ed in pochi secondi, per di più! Ciò , però, non è tutto.
  • E che altro c'è? - si accorse che la voce le tremava.
  • Ti somigliava in maniera impressionante, anche se aveva il viso coperto: stessa età, medesimi capelli, altezza molto simile, come, d'altronde, la corporatura. Anche il suo cosmo...- Il tono del giovane nascondeva dei dubbi, delle profonde riflessioni. "Sospetta di me"
  • Che cosa strana! Una mia sosia, una sorella gemella, in pratica. Sai, ognuno di noi al mondo ha almeno sette persone molto somiglianti...-

Il suo tono era nervoso, ma tentava di dissimulare tale emozione assumendo un'aria scherzosa, in opposizione all'eccessiva serietà dell'amico.

  • Ha detto di chiamarsi Astarte e poi è andata via, senza concedermi altro che un nome.- Il rammarico di Hyoga era evidente. - Amico mio, ti ho illustrato tutto ciò perché ho bisogno d'aiuto: sono innamorato!

Cosa aveva detto? Alla ragazza, nascosta in un pigiama troppo ampio, non pareva vero di aver udito quelle parole. Fu come ricevere una folata di vento gelido in pieno volto: il suo amico di sempre si era innamorato di una fanciulla, che altri non era se non lei! Impallidì visibilmente ed il viso le si contrasse in un'espressione sbigottita. La tazza, ormai vuota, le cadde di mano. Il rumore della ceramica che s'infrangeva sul pavimento riuscì a farla emergere da quell'infinito istante di incredulità.

  • Che impiastro! - Borbottò, chinandosi per raccogliere i cocci.
  • Ti ha stupito così tanto sapermi sensibile alle frecce di Cupido?

Anch'egli si era inginocchiato e la guardava negli occhi tenendo un frammento di terra cotta in una mano. Il suo sguardo aveva la stessa espressione che si rivolge ai bambini innocenti ed inesperti.

  • Oh, mio Dio! Quegli occhi no! Non posso tollerarli su di me... non ci riesco!

Pensò ritraendosi istintivamente, come il pudore le imponeva di fare; in conflitto con l'istinto, che l'avrebbe spinta a gettargli le braccia al collo; e con la ragione, che avrebbe voluto vederla immobile.

  • È ... è che non mi aspettavo una cosa del genere.- esitò a balbettare - Non riesco a credere che il mio migliore amico abbia perso la testa per una donna!

Fortunatamente riusciva a parlare con una certa naturalezza

  • Prima o poi, tutti quanti perdiamo la testa per qualcuno.


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