Il segreto di Artemide

Capitolo nono: La verità

© 2001 by Graziana

This page was last modified: 2001/07/23


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Rientrando nel piccolo abitacolo dove aveva dormito per una parte della notte, si sfilò il mantello e lo appese al chiodo vicino la porta. Cercò la candela, lasciata prima di uscire su uno sgabello ne piccolo anticamera, che fungeva anche da atrio e sala da pranzo, e l'accese con un acciarino. Scivolò leggera nella stanza da letto e slacciò la cintura del chitone.

  • Non avrei mai voluto pensare che in realtà fossi tu...

Hyoga era appoggiato al muro accanto alla porta che separava i due piccoli ambienti. Quelle poche pietre sembravano essere, al momento, tutto il suo sostegno, l'unico appiglio cui aggrapparsi per non perire in un mare tempestoso. Astarte si girò verso l'amico, che aveva riconosciuto dalla voce, del tutto in preda al terrore. Arretrò con prudenza, finché non fu fermata dalla rigida presenza della parete opposta.

  • Perché?

Quella domanda risuonò nuovamente, mentre il giovane si avvicinava alla fanciulla, la cui fuga era impossibile, così come non poteva difendere la propria identità ormai non più nascosta. Un passo seguiva l'altro, lento e misurato, sonoro e secco, deciso e non più titubante: il russo era determinato a cancellare ogni dubbio dalla propria mente e l'avrebbe fatto anche con la forza, se necessario.

  • Adesso vedremo se sei veramente tu...

Sentenziò quando fu a poco meno di mezzo metro dal viso della donna. La frase aveva un che di minaccioso e lasciava trasparire un certo risentimento: Hyoga era stato ferito nel profondo del proprio animo ed il suo tono non ammetteva repliche.

La sacerdotessa era terrorizzata (se con tale termine si vuol sminuire la condizione emotiva della poverina) e continuava a contorcersi contro la parete, scuotendo il delicato capo dalla capigliatura castana irradiata dei riflessi dorati della candela, rimasta sullo sgabello.

  • No... No!

Pregò con voce sconvolta da fremiti e singhiozzi: l'ira del suo amico di sempre, nonché l'uomo che aveva scoperto di amare, la spaventava molto più di mille morti atroci.

Alzò le braccia, incorciandole innanzi a sé, come se ciò potesse difenderla da tutto quello che avrebbe potuto dilaniarle il cuore, da tutto quanto sarebbe scaturito dall'azione che il Cigno s'apprestava a commettere. Non ebbe il tempo di articolare una frase sensata dopo quel semplice avverbio, poiché l'altro le aveva già afferrato i polsi e le stava addosso, impedendole di muoversi, schiacciata in un indistrecabile abbraccio tra la pietra fredda ed il suo torace pulsante.

  • Ieri mattina, quando sono venuto da te per portarti la colazione- Le sussurrò quasi in un orecchio, tenendole fermo il capo con la pressione della propria fronte - ho visto il tuo pigiama macchiato di sangue proprio sulla spalla destra. Ho deciso di raccontarti quanto era accaduto per studiare la tua reazione, sapevo dentro di me che Astarte eri tu: troppo simili per essere due persone differenti. Ma lei, lei era una donna certamente... e... come potevo mettere in dubbio che tu fossi un uomo, dopo tanto tempo fianco a fianco? Il tarlo dell'incertezza si è insinuato comunque nel mio cuore; ho trascorso tutto il viaggio guardandoti dormire, qui sulla mia spalla, e chiedendomi il perché, studiando il tuo viso, odiandoti ed amandoti sempre di più, minuto dopo minuto...

La sua voce adesso era calma, come se non stesse descrivendo le proprie emozioni, bensì un'immagine intravista in uno specchio fatato, , uno di quelli che mostrano l'esistenza altrui. Continuò:

  • Sono venuto qui per parlarti, pregando che fossi lei per amarti liberamente, per amare qualcuno con un volto, e contemporaneamente supplicando gli dei che tu non fossi altri se non il compagno delicato e gentile che ho sempre conosciuto, per evitare di odiarti

Le lasciò i polsi delicatamente e le braccia di lei scivolarono prive di forza o volontà propria lungo i fianchi ben disegnati. Con entrambe le mani, e senza trovare alcuna opposizione, le sfilò la maschera, ormai del tutto inutile. Shun piangeva a testa bassa, non osando incrociare lo sguardo di Hyoga, vergognandosi a morte: non era altro che una tessitrice d'inganni.

Era sicura che adesso tutti i cavalieri avrebbero saputo, che il suo futuro si sarebbe tinto di colori foschi, lontano dai suoi amici, senza più poter combattere in nome di Atena... Probabilmente sarebbe rimasta al Grande Tempio ed avrebbe portato la maschera di Astarte per tutta la vita, fuggendo un nemico potentissimo: Ares, il dio della guerra. No, non sarebbe andata così: le rimanevano solo pochi giorni, ne era ormai più che consapevole, non avrebbe avuto il tempo ci compiangersi abbastanza: il male l'avrebbe soffocata prima. Tremava mentre die grandi lacrime le solcavano le guance pallide e tese. Si aspettava un saluto freddo, una specie di addio, ma il biondino non si mosse di lì, non smise di tenerle gli occhi color del cielo addosso, complicando ulteriormente le cose. Non poteva continuare a sopportare la presenza di quello sguardo su di sé: la sentiva pur non vedendola, era un'entità concreta.

  • Perché ti compiaci di vedermi ridotta così? Non mi hai già umiliata abbastanza? Credi che abbia mentito per gioco? Credi che mi sia piaciuto nascondermi sempre, tenendo all'oscuro della verità anche il mio adorato fratello? È questo che pensi?

Buttò giù ad alta voce, incrociando finalmente le iridi chiare dell'amico: non era né accigliato né arrabbiato, emanava solo tanta tenerezza. La confusione prese il sopravvento anche in lei. Riabbassò il capo.

La mano grande e forte di lui le si posò tra i capelli, ed un braccio saldo l'agguantò per la vita, trascinandola a sé.

Il suo bel viso sconvolto dal pianto posava ora sul torace di Hyoga, le accarezzava la chioma fluente, come se stesse consolando una bambina spaventata.

  • Non provo rancore nei tuoi confronti. So che hai le tue buone ragioni (me le svelerai solo se vuoi). So che hai sofferto molto in questi anni e so che questa sera ti ho arrecato un torto indelebile, ma avevo bisogno di capire. Perdonami, non sono degno di tenerti fra le braccia, amica mia- Le sussurrò auto penalizzandosi.

Shun si discostò dall'abbraccio di lui, il cui imbarazzo era mal celato dalla penombra che rendeva tutto rossastro, e disse:

  • Tu devi sapere, voi tutti dovete sapere. Sarai il primo, dopo il Grande Mur, a conoscere la verità e gli altri l'apprenderanno quando ci sarà anche Ikki. Grazie, Hyoga.

Detto ciò si sedette sul letto piuttosto scomodo e, subito seguita, dall'incantevole russo, ora più sereno, raccontò tutta la sua storia, svelandone ogni arcano, confessandone tutti i perché.


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