Dove dormono le stelle

Capitolo 3: Castore e Polluce

© 2001 by Vento / Mime di Asgardh

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Saga

Il sole stava ormai calando su quell'immensa città, tingeva tutti i tetti di un arancione così forte da accecare. Più e più volte avevo tentato di catturare quel colore sulla mia tela, invano.

Earin, il mio maestro, inoltre, non approvava questa mia inclinazione pittorica. Non che ne fosse completamente contrario, tuttavia vedevo nei suoi occhi il fastidio di vedermi dipingere, invece che a fare i miei esercizi. Se poi, come a volte capitava, mi scopriva disegnare durante le ore dell'addestramento, mi picchiava e mi faceva continuare ad allenare fino a notte fonda, quando cadevo stremato per terra.

Ma io non potevo rinunciare ai miei colori.

Era una passione che fin da piccolo avevo cullato, mi ricordo i pastelli che la mamma mi regalava e che venivano puntualmente spezzati da mio fratello. Non era certo una persona incline all'arte lui, tuttavia a volte lo vedevo osservare i miei quadri con un tale interesse, da farmi una tenerezza ed un piacere profondo. Ovviamente stava ben attendo a non farsi scoprire da me, ma io ero ben più furbo di lui.

E quest'arancione mi stava riempiendo il cuore.

Quando i nostri genitori erano morti, Earin ci aveva preso sotto la sua custodia e aveva iniziato ad addestrarci. Sosteneva che saremmo dovuti diventare cavalieri. Al tempo ero troppo scosso per la perdita di mia madre e di mio padre per pensare cosa volessero dire veramente quelle parole. Non avevo grossi interessi per l'investitura, ma piano piano avevo iniziato ad apprezzare quella vita perché, se non altro, mi permetteva di non pensare al massacro della mia famiglia.

Era successo tutto cinque anni prima, quando io avevo solo sette anni, non so perché, al tempo non capii e nessuno mi spiegò cosa o chi avesse spinto mio padre a fare ciò che fece.

Kanon, mio fratello, era andato nel bosco a raccogliere della legna, io e la mamma eravamo soli in casa. Me la ricordo ancora, così bella, vestita di rosa, mi stava raccontando di eroi vissuti nei tempi passati. Eravamo vicino al fuoco, io sulle sue ginocchia e lei con quel viso così rilassato e rassicurante, che hanno tutte le madri.

Ricordo... E non posso fare a meno di stare male...Perché?

Mi accarezzava i capelli e descriveva, con minuzie di particolari, tutto quello che era successo a Troia, durante la guerra. Io ero piccolo, perciò, nonostante fossi coinvolto dal racconto, non riuscii a non interromperla per via della sete. Se solo fossi rimasto lì a proteggerla...se solo... Andai di là a prendere un bicchiere d'acqua e sentii mia madre gridare:

"Perché?"

Mi agitai tantissimo, la sua voce era un urlo straziante

"Perché mi fai questo?" e poi fu il silenzio. Aprii la porta del salone dove l'avevo lasciata e vidi mio padre trafiggersi con una pugnale e mia madre di fianco a lui. Un lago di sangue.

"Mamma...Papà..."

Mi avvicinai a quei due corpi ormai privi di vita e camminai nel sangue, non capendo che potesse essere il loro, non capendo... So che caddi lì in mezzo, il mio cuore sembrò fermarsi.

Non so se sia stato mio padre ad uccidere mia madre, ma soprattutto non so perché. So solo che in quel bagno di sangue avevo completamente perso la facoltà di respiro, solo un flebile rantolo usciva dalla mia gola di bambino. La storia di Troia non poteva avere fine, non poteva essere raccontata da nessuno perché nessuno sapeva parlare e narrare come mia madre. Era morta e volevo morire anch'io.

Kanon, se non ci fosse stato lui sarei rimasto lì per sempre, ma la sua manina venne a scuotermi. Aveva gli occhi pieni di lacrime e il viso bianco come un cencio

"Cos'è successo"

Mi tirai su, pieno di sangue, non capivo niente, non volevo capire niente e lo guardai. Mi ritenevo il più grande, anche se in realtà avevo solo poche ore più di mio fratello gemello. Volevo portarlo via di lì, volevo proteggerlo da quella visione, ma vomitai. Mi sentivo spezzato, avevo il cuore che non batteva più in petto e non ero sufficientemente grande e forte per superare quel momento e aiutare Kanon. Poi entrò in casa Earin, ci sollevò di peso entrambi e ci portò via.

Rimasi in uno stato catatonico per diverso tempo, non so per quanto, ma dopo un po' mi svegliai di fianco a mio fratello. E da lì iniziò una nuova vita.

E l'arancione di quella sera mi ricordava i capelli fulvi della mamma. Ormai sapevo che non potevo abbandonarmi a tristi ricordi, non potevo pensare a lei, perché dovevo diventare cavaliere dei Gemelli prima di tutto. Ma come non pensarci quando il fuoco in cielo ne sta parlando?

Sospirai, sette lunghi anni erano passati di cui tre di addestramento, ma ancora non riuscivo a dimenticarla.

Chissà perché...

"Stai pensando alla mamma, vero?"

Kanon mi spaventò, non l'avevo sentito avvicinarsi e non m'aspettavo di trovarlo lì ad osservare il tramonto

"Ti sembra una cosa da deboli? Il sole me l'ha ricordata"

"Atene ci farà da casa, ormai, dovrai abituarti a questo colore"

Non disse nient'altro e se ne andò. Aveva ragione, dovevo abituarmi, ma come potevo? Sentivo ancora la nostalgia di quelle sere passate ad ascoltarla...

Kanon, dal canto suo, non si lasciava andare a questi sentimentalismi, il suo animo non era animo di pittore, non poteva capire come un colore ti segna lo spirito e te lo permea. Non poteva capire come le sfumature del cielo possono meglio esprimere qualunque stagione del proprio cuore piuttosto che una sterile parola. Solo i versi dei poeti potevano essere equiparati ai colori, ma Kanon non era certo un poeta.

Però, spesso, lo sentivo piangere nel suo letto, a notte fonda. Non gli ho mai chiesto perché lo facesse, né so se in quei momenti sognasse oppure fosse sveglio. Piangeva però, piangeva le lacrime che non abbiamo mai potuto versare in presenza di Earin, piangeva la disperazione che non abbiamo mai potuto sedare... Se dovessi dipingere il nostro stato d'animo, in quelle notti, colorerei la tela con tutte le sfumature del blu, fino a giungere al nero.

Essendo gemelli, io e lui, avevamo uno strano legame, una strana sorta di sintonia. Le sue lacrime erano anche le mie, non importa chi le stesse versando in quel momento, importa solo che uno di noi stesse piangendo. Capivamo perfettamente gli stati d'animo dell'altro, li provavamo nel medesimo momento... Sembrava fossimo noi gli unici a capirci, nonostante fossimo, in realtà, molto diversi.

Atene, capitale e centro della Grecia, luogo dove tutti i cavalieri fanno riferimento, ci stava prendendo fra le sue braccia, lì avremmo dovuto compiere e concludere il nostro addestramento.

* * *

Kanon

Da poco eravamo arrivati in quella città e già il duro allenamento di Earin era ripreso.

All'inizio pensavo che ci dovessimo allenare al Grande Tempio, poi in realtà ho scoperto che saremmo rimasti nei pressi di Atene, ma che non avremmo mai varcato la soglia della città. Chissà perché.... Quando m'era stato detto che dovevamo trasferirci ad Atene, ero felice perché ero curioso di vedere come fosse questo luogo di cui avevo a lungo sentito parlare. Ora invece, non solo avevo scoperto che non potevamo entrare in città, ma per qualche motivo che non conoscevo, io e Saga non potevamo dire di essere gli allievi di Earin e di ambire all'armatura di Gemini.

Sembrava tutto essere un gran segreto, ma non m'interessava più di tanto, non mi curavo di queste cose.

Passavo con mio fratello la maggior parte del tempo. Avevo notato che il suo animo si stava incupendo, i colori che utilizzava per i suoi quadri, infatti, erano solo colori scuri, i contrasti molti... e sembrava che più tentasse di uscire da quello stato d'animo, più le sue tele lo legavano a quella tristezza. Non sapevo cosa fare, ma anche perché non avevo risposte a questa malinconia che condividevamo. C'era qualcosa in Atene, nella sua aria, nei misteri sull'armatura, che si stava infiltrando nelle nostre menti e le stava soggiogando. Ero ben consapevole che al di sopra di noi ci fosse un destino ineluttabile. Avrei voluto aiutare Saga a tirar fuori colori più brillanti, ma non potevo addentrarmi in un campo che non era il mio: l'unica cosa che potevamo fare per sfogarci era prenderci a pugni. In realtà, l'affetto che ci legava era troppo profondo per pensare di poterci fare del male, tuttavia il rotolarci sull'erba, il ripetere fino alla nausea gli esercizi di Earin, ci dava modo di non pensare.

Ma non c'eravamo ancora mai chiesti come potevamo noi, due fratelli, ambire ad un'unica armatura.

Non c'eravamo mai chiesti come mai non potessimo vedere gli altri ragazzi al santuario.

Né c'eravamo mai chiesti cosa sarebbe successo se qualcosa o qualcuno fosse arrivato a spezzare l'equilibrio fra due fratelli in simbiosi, ma così diversi...

Aska entrò nelle nostre vite un anno dopo il nostro arrivo ad Atene.

Si presentò alla porta con una boria che m'infastidì, sembrava essere padrona di casa. Entrò, infatti, senza chiedere niente e non si guardò neanche intorno. Fece come se io non fossi stato lì, vicino alla porta a guardarla con la bocca aperta. Chi era? Che cosa voleva?

Si slacciò i capelli e buttò il nastro per terra, incurante di qualunque regola di educazione. Si sedette sul tavolo e solo lì si accorse di me che ancora non ero riuscito a proferire parola a causa della sorpresa.

"Ciao"

"Ciao, chi sei?"

Mi gettò uno sguardo che non riuscii bene a capire: sufficienza o stupore?

Tuttavia, quello sguardo le fece brillare gli iridi color dell'oro. Che strani occhi, non mi sembravano particolarmente belli, tuttavia avevano qualcosa di vispo ed intelligente che mi catturò subito. Non s'erano abbassati quando le avevo parlato, mi stava guardando fissa nelle pupille, quasi pretendesse risposte da me e non avessi io il diritto di richiederle.

"Come chi sono, sono la figlia di Earin di Gemini"

La figlia del maestro?

Ora che la guardavo bene, poteva ricordarlo, più che nei lineamenti, soprattutto nell'espressione del viso, così regale, anche se aveva tutti i capelli scompigliati. Ma cosa ci faceva lì? E poi, Earin aveva una figlia? Non ne avevo mai sentito parlare, come mai questa ragazza era arrivata solo ora?

Sporse leggermente il mento in avanti

"Tu chi sei dei due?"

Quest'espressione mi diede veramente fastidio. Dei due... Io non ero parte di un intero, io ero una persona, ero un'identità ben separata da mio fratello. Cosa voleva dire, dei due?

M'accigliai

"Kanon" risposi, volendo terminare qui il nostro dialogo e cercando di andarmene.

Ma lei non me lo permise

"Vieni un po' qui" mi disse, e mi guardò quasi volesse imprimersi il mio viso nella mente. Vedendola da vicino, potevo osservare le ramature di quell'iride dorato e seguire il giallo dissolversi nel castano che a sua volta si perdeva nel nero che delimitava con una linea spessa quella pozza colorata. Mi sembrò quasi di vedere un quadro di Saga, in cui i colori sono così intensi, ma allo stesso tempo così malinconici...Così forti, ma allo stesso tempo così interdipendenti...

Quell'espressione accigliata e autoritaria dell'inizio, scomparve su quel viso di ragazza e comparve un sorriso aperto, dolce e gentile. Col naso leggermente arricciato e gli occhi brillanti mi tese la mano

"Aska. Mi chiamo Aska, piacere di conoscerti Kanon, credo che diverremo ottimo amici io e te"

Scomparve l'astio iniziale dalla mia mente, quel sorriso e quel gesto avevano avuto il potere di farmi sparire il cattivo umore dovuto alla sua entrata in casa maleducata. Tutto sfumato e fuggito.

Sorrisi anch'io e le strinsi la mano.

Le sue dita lunghe attorno alle mie... Quella ragazza era un paio d'anni più grande di me, ma scoprii in seguito che la sua forza e la sua volontà erano quelle di un adulto.

Poco dopo, rientrarono in casa anche Saga ed Earin, il primo con una grossa ferita sul viso. Stava sanguinando, ma sembrava non essersi accorto di niente, di contro Earin era visibilmente alterato. Iniziai a sentire dolore anch'io alla fronte, un profondo sconforto ed una stretta al cuore. Erano sentimenti di Saga, ma ancora una volta si mischiavano coi miei. Gli occhi di mio fratello erano incredibilmente tristi, ma la mia comprensione era ben più profonda della semplice osservazione, il mio animo era così in sintonia col suo che capivo esattamente cosa era successo e il dolore che aveva provato Saga quel pomeriggio.

Non notò Aska, non disse niente, andò a lavarsi il viso dal sangue e salì in camera. Feci per seguirlo, ma Earin mi fermò:

"Stai fermo qui, tu! Inutile che corri da qualcuno che non sa badare a sé stesso...Prima impara e meglio è"

Neanche lui pareva essersi accorto di Aska, se veramente era sua figlia, pensavo sarebbe stato felice di rivederla. E invece non la guardò neppure, non le fece neanche un sorriso. Si versò una coppa di vino e si buttò sulla poltrona.

Silenzio.

Dopo la loro entrata, uno strano silenzio s'impadronì di quelle mura e sembrò infiltrarsi nelle insenature del nostro animo. Era un silenzio irreale perché neanche i rumori che di solito provenivano dalla foresta, erano uditi. Solo il respiro di noi tre, io che non sapevo come impegnare il mio tempo, Earin con una coppa di vino in mano e Aska che leggeva. Nient'altro. Intanto io sentivo crescere il dolore al viso e l'umiliazione del mio animo...

Volevo sapere che cos'era successo, ma non potevo muovermi.

I minuti passavano, e poi un'ora, senza che nessuno si fosse mosso da dove si trovava, senza che il mio dolore al viso fosse scemato. Non potevo stare lì, salii quelle scale che mi separavano da Saga. Earin mi lanciò un'occhiata furibonda, ma io non ci badai, dovevo andare da mio fratello. Volevo per lo meno consolarlo, fargli sentire la mia vicinanza...

Aprii la porta della stanza e ritrovai Saga come mai prima, per terra, col viso ancora sanguinante, in un mare di lacrime. Lui non era quello dei due che piangeva, lui era quello che si esprimeva coi colori, come mai ora era lì riverso su se stesso a versare lacrime?

* * *

Aska

Era entrato col suo solito fare iroso e poco amichevole, m'aveva voluto lì e ora non mi degnava di uno sguardo. Perché? Non avevo intenzione d'abbassarmi a salutarlo. Il cavaliere dei Gemelli, mio padre, era da sempre la persona che più disprezzavo. Quei suoi capelli d'argento e quegli occhi sempre duri con me... Mai una parola gentile, mai niente. Che fossi una bambina indesiderata, che fossi stato un duro colpo per lui, non era ormai un segreto. Ma la mamma s'era sempre presa cura di me, non m'aveva mai fatto pesare d'essere figlia di un cavaliere di Grecia. M'aveva sempre amato e m'aveva sempre curato al pari di mio fratello...che non era figlio di Earin.

Ma ora lei era morta, aveva chiuso quei suoi bellissimi occhi liquidi e azzurri e m'aveva detto addio.

Quanto mi mancava...

Che sciocca che ero stata ad illudermi che, una volta qui, Earin avrebbe potuto maturare un qualunque tipo d'affetto per me. M'aveva rivisto dopo anni in cui non s'era fatto vivo e cos'era successo? Niente, neanche uno sguardo, neanche un sorriso...

Già un sorriso, quanto pagherei, ora per lo sguardo gentile di qualcuno...

Kanon, il ragazzino che sta prendendo lezioni da mio padre, m'ha sollevato. Quando l'ho visto sulla porta mi sono spaventata. Magari anche lui non mi voleva, magari anche per lui ero di troppo. In realtà, poi, m'ha fatto quel sorriso così dolce e amichevole...Forse veramente potremo diventare amici, io e lui. E poi Saga.

Poveretto, non lo invidio di certo. L'allenamento con Earin dev'essere, oltre che terribile da un punto di vista fisico, anche terribile da un punto di vista mentale. Il cavaliere dei gemelli è una persona che scopre le tue minime debolezze e su di esse fa leva...

La stessa cosa che ha fatto con la mamma...

Quel bambino, così simile nell'aspetto a Kanon, ha in realtà con un'aura così diversa. Non so cosa è che le differenzi, so solo che quei due bambini si amano alla follia, ma che hanno due destini opposti.

Mi sembrano Castore e Polluce, così vicini, ma allo stesso tempo così lontani...

E lui è lì, a bere il suo vino, a fissare fuori dalla finestra, la sua distesa d'alberi che pare parli al suo cuore più che le lacrime di quel bambino. Chissà cos'è successo, chissà perché Earin ha dovuto ridurre Saga così...

E' da pochi minuti che sono qui, e già vorrei scappare, tornarmene nel Nord, dove il ghiaccio ricopre tutto, ma dove sono i cuori delle persone a riscaldare i focolari di ogni singola casa, dove Signora Neve impera sovrana, ma lei stessa accarezza le sue creature e se ne occupa...

E invece sono qui ad Atene, con un padre che non mi ha mai voluto e a cui io non devo niente. Che mi tiene con sé per pietà, perché la mamma è morta...

La mamma... A questo pensiero sentii una forte fitta al cuore. Non avrei mai più rivisto quegli occhi così chiari da parere di ghiaccio, ma la cui espressione è così calda da parere fuoco... Gli stessi occhi del mio fratellino.

Strappato anche lui da nostra madre, ora è lontano. Mia unica consolazione sono le lettere che, di nascosto, gli potrò scrivere.

Se Earin mi scoprisse, probabilmente mi ucciderebbe, ma a me non interessa. Voglio sapere come sta e raccontargli di me. Quando sarò abbastanza forte e grande, me ne andrò da qui e allora potrò ritornare da lui.

Sono sicura che mi sta aspettando, sono sicura che non si dimenticherà di me.

Un rantolo di Earin distolse la mia mente da mio fratello. Guardalo lì, ormai ubriaco, con le membra stanche per le troppe battaglie, incapace di mettersi da parte...

Ti detesto.

Hai fatto stare male la mamma e ora, tutto quello che sai fare è stare zitto di fronte a me?

Guardati, hai la testa che ti penzola per il troppo alcol... non hai contegno, non hai limiti. L'alcol, per te ora, è l'unica fonte di svago. Non hai piacere in quello che fai, non trovi più piacere nel combattere...e allora perché continuo a chiamarti "Cavaliere d'Atena"?

Scossi la testa, non avevo risposta...

Ma mi venne in mente la risposta di mia madre, quando da piccola le avevo chiesto perché Earin ci avesse lasciato e il perché lei si fosse sposata, subito dopo, con qualcun altro.

"Io non amavo Earin, non so se sia possibile amare un uomo così, tuttavia ho visto il suo cuore...Attraverso i suoi occhi e ho scoperto quanto in realtà sia buono, ma soprattutto, quanto sia solo"

Solo. Quell'uomo che sembrava sempre padrone di sé, quand'ero piccola, che ora sembrava un tiranno nella sua corte, poteva provare sentimenti quale solitudine e tristezza?

* * *

Saga

Mi svegliai la mattina dopo quella terribile sera. Era stata la notte delle stelle cadenti, e io non ne avevo vista neanche una.

Non importa, ero riuscito a sopprimere quello che m'era stato detto da Earin, in fondo alla mia mente. Non volevo credere ad una sola parola di quello che avevo sentito. L'avevo aggredito, ma ero ancora troppo debole per pensare di offenderlo con le mie braccia.

Ma sarebbe arrivato il giorno in cui avrei strappato quel sorrisino da quella bocca. Sarei diventato cavaliere dei Gemelli, allora, e avrei preso io il suo posto, avrei ripulito la terza casa da lui e l'avrei portata agli antichi fasti.

Pensai che l'unico modo per sfogarsi fosse allenarsi, allenarsi e ancora allenarsi senza tregua. Io e Kanon, a cui non avevo voluto dire niente di quello che avevo saputo da Earin, continuavamo senza sosta. Non so che cosa pensasse lui, non so a cosa avesse imputato il mio cambiamento. So solo che faticavo a tenergli nascosto tutto quanto, eppure non potevo permettermi che lui sapesse... Essere gemelli, per noi, voleva anche dire avere stesse sensazioni, pensieri e condividere le emozioni dell'altro. In questo caso però era diverso, lui non avrebbe dovuto sapere niente, mi sentivo in dovere di proteggerlo. Ero più grande di lui, non volevo che il suo animo soffrisse come il mio. Probabilmente questo mio continuo tentare di celargli i miei pensieri aveva delle falle da cui Kanon intravedeva che qualcosa non andasse. Ma non m'importava, bastava non capisse esattamente cosa.

Poi, ultimante mio fratello sembrava avere maturato un particolare interesse per la figlia di Earin. Non so esattamente lei cosa facesse durante la giornata, so che era sempre immersa nei suoi pensieri e nei suoi libri, arrampicata su qualche albero. A volte l'avevo anche notata spiare i nostri allenamenti e cercare di riprodurli, da sola, di notte. Ma per il resto, non la conoscevo bene. Non parlava molto di sé, era molto gentile e dolce, ma aveva nei miei confronti una sorta di rispetto che non capivo. Cosa che non sembrava avere nei confronti di Kanon, con cui invece pareva un po' più aperta. E lui sicuramente apprezzava la compagnia di Aska. Lo vedevo illuminarsi quando la incontrava o quando rimanevamo svegli fino a tardi la sera, con lei. Non so se Kanon fosse innamorato di Aska, so solo che, per la prima volta, vedevo gli occhi di mio fratello colorarsi quando c'era lei.

Un colore che avrei voluto imprimere sulla tela, come omaggio all'unica persona a cui ero legato su questa terra e alla ragazza che pareva renderlo felice.

Era pomeriggio tardi, un giorno, stavo dipingendo la nuova veste dell'iride di Kanon, quando Aska mi si avvicinò. Non lo faceva mai, di sua spontanea volontà, perciò mi stupii.

"Che bel quadro..."

"Grazie, in realtà sto solo cercando di imprimere sulla tela dei colori"

"Sono dei bellissimi colori" sorrise.

I colori, l'unico modo che m'era stato concesso per esprimere quello che provavo. Sarei stato capace di tingere tele e tele di soli colori senza forma, semplicemente per comunicare al mondo quello che c'era dentro di me. Ma non potevo pretendere che il mondo capisse.

"Earin m'ha mandato a dirti che sta partendo, s'assenterà per qualche giorno"

"Veramente, e dove va?" Non potei nascondermi la felicità che quella notizia m'aveva arrecato. Un po' di giorni di libertà m'avrebbero di certo permesso di liberare la mia mente e di rilassarmi.

"Ha detto che devo tornare a casa...Non m'ha voluto dire cosa doveva fare"

"Ma tu non vai con lui? Se torna a casa, non dovrebbe essere anche casa tua?"

Appena posta, quella domanda, mi fece sentire uno sciocco e il vedere gli occhi di Aska, accentuò questa mia sensazione. Mi sentii in colpa per essere stato così privo di tatto.

"No..."disse lei con voce flebile" Quella non è casa mia e Earin non è mio padre, se per padre s'intende colui che, insieme alla mamma, ti cresce e si prende cura di te. Lui non è nessuno, m'ha concepito con mia madre, ma nient'altro"

Non risposi. Non volevo essere indiscreto un'altra volta, non sapevo la loro storia, anche se era facilmente intuibile che ci fosse qualcosa che non andasse fra i due, anche solo per gli sguardi inespressivi e le parole prive d'affetto che si scambiavano

"Io rimango qui, anzi, se potessi, io ritornerei a quella che veramente è casa mia"

"Che è...?"

"Nel Nord, dove ho lasciato mio fratello e dove riposa la mamma."

E allora vidi il suo viso spegnersi e la sua bocca tentare di non mostrare quanto dolore provasse in quel momento

"Smettiamola di parlare di cose tristi però" Disse lei, cercando di sorridere, ma con gli occhi intrisi di lacrime" Perché non ce ne andiamo ad Atene, quando Earin non c'è? Magari potremmo andare anche al Santuario"

"Intendi entrare nella città?" L'idea m'allettava, ero lì da diverso tempo, ma non m'era mai stato concesso di vedere Atene, non so perché sia a me, sia a Kanon era sempre stato proibito andare in città. Quale occasione migliore per visitarla?

"D'accordo" e sorrisi, ritornando a guardare la mia tela e a spandere su questa grosse pennellate di giallo.

* * *

Kanon

L'idea di andare ad Atene piacque anche a me, era da troppo tempo che volevo visitarla, ma Earin s'era sempre rifiutato di accordarci il permesso.

La particolarità di quest'atteggiamento non era solo quest'assurdo rifiuto, ma anche il fatto che ci avesse più volte fatto giurare di non dire che eravamo suoi allievi e, nel caso fossimo stati visti da qualche parte, negare di avere un gemello...

Saga e Kanon non dovevano essere un ente separato, dovevano essere un'unica persona, perché?

Non avevo ricevuto risposta, ma Earin ci aveva fatto promettere sul nostro onore di non rivelare mai niente né di lui né di noi...e l'onore di un cavaliere, o apprendista, non può essere macchiato.

Da quando avevo avuto la notizia che saremmo andati ad Atene, e magari anche al santuario, non stavo più nella pelle. Quella tristezza che spesso mi rapiva, la sera, e che mi permeava ogni singolo pensiero, sembrava svanita. Dissolta. Non so bene spiegare quello che stava succedendo. Sì, stavo andando ad Atene e questo mi elettrizzava, ma c'era ben altro che mi stava curando le ferite, c'era qualcos'altro che mi faceva sorridere: Aska.

Ormai ne ero in totale balia, i suoi occhi dorati che s'incupivano quando vedevano Earin, che brillavano quando rientravamo io e Saga, dopo l'allenamento, quello sguardo così concentrato quando leggeva i suoi libri e quando scriveva, quando ci osservava allenarci e tentava di imparare... E poi la sua risata, la sua voce così dolce per me, il suo tocco così delicato ogni volta che, per caso, mi sfiorava... Avrei fatto qualunque cosa per farla felice, per proteggere quel cuore così forte ma al contempo così fragile, avrei dato tutto me stesso pur di vederla sorridere.

Quei suoi capelli castani, così lunghi e morbidi... il solo pensiero di poter intrecciare le mie dita fra quei fili d'oro mi faceva sobbalzare il cuore, con quel loro profumo così intenso e speziato, parevano la cornice al più bello dei quadri.

Non so se lei m'amasse o no, ma non c'era altra cosa che desiderassi. Era sempre stata molto gentile, sia con me sia con mio fratello, ma non avevo mai intuito se ci fosse qualcosa di più che semplice amicizia per me, nel suo cuore.

Se solo m'avesse pensato e sognato la metà di quanto lo facessi io...

E così mi trovavo a fissare il vuoto, con uno strano sorrisino sulle labbra, perso dietro queste fantasie d'amore eterno, di felicità con l'unica persona che aveva trovato la via d'accesso al mio cuore ed ora l'aveva conquistato e fatto proprio.

Mi ritrovavo ad osservare quell'essere quando lei non mi notava, ad accarezzare con le mani del cuore il suo viso.

Mi ritrovavo ad osservarla mentre dormiva e a ringraziare gli dei per avermi fatto conoscere l'essere più bello di questa terra e di averle permesso di abbandonarsi fra le braccia di Morfeo e di sognare le stelle.

Earin sarebbe partito domani e noi tre eravamo pronti ad andarcene ad Atene. Non ci saremmo fatti scoprire, avremmo impersonato la stessa persona, io e mio fratello, ma avremmo visto la città degli dei.

* * *

Aska

Non vedevo l'ora che Earin partisse, volevo rimanere sola con i miei due cavalieri, volevo rimanere sola con i miei unici amici.

Non so cos'avesse contro di loro il cavaliere dei gemelli, ma pareva che non mostrasse una goccia d'affetto o comunque di stima, per i due ragazzi che sembravano mettere il cuore in tutto quello che facevano.

Era notte, ma non avevo sonno. Decisi allora di sgattaiolare fuori di casa e andare per i boschi, per rimanere un po' sola con me stessa. Adoravo arrampicarmi sui rami più alti e osservare il cielo, mi lasciavo cullare dalle onde del vento e osservavo la luce delle stelle.

Il bosco era la mia casa, molto di più che le quattro mura in cui ora stavo, volevo diventare forte e essere in grado di andarmene via di lì e ritornamene a Nord...da mio fratello...

Chissà come stava, chissà cosa stava facendo

Ero sicura, però, che stesse bene, me lo sentivo.

Saltavo da un ramo all'altro, guardavo la luna, mia sola compagna di quella notte solitaria e mi sentivo bene.

Un rumore.

C'era qualcuno, Earin? Se m'avesse trovato lì, si sarebbe arrabbiato a morte e, probabilmente m'avrebbe castigato...Obbligato magari ad andare con lui?

No, assolutamente, non avrei sopportato quello sguardo di rimprovero che aveva sempre nei miei confronti, avrei voluto ucciderlo...ma come fare?

Io, che ero nessuno, non potevo competere con la sua forza, con la forza di un cavaliere d'oro.

Ma non potevo dimenticare le sue parole, il modo in cui aveva trattato me e il modo in cui, pensavo, avesse trattato la mamma. Lui era la causa della separazione fra me e mio fratello, lui era la causa delle notti insonni passate ad osservare il soffitto perché Morfeo non mi voleva fra le sue braccia.

E ancora, delle sue urla mi si riempivano le orecchie quando pensavo alle sere passate a chiacchierare con Saga e Kanon, dei suo schiaffi mi bruciano le guance, quando scopriva che non stavo facendo il mio dovere...Quale dovere, poi? Io non sono certo fatta per dire sì, per rassettare la stanza a uomini che hanno altro da fare...Io ho altro da fare. Non ho certo intenzione di invecchiare succube degli eventi. Tornerò nel Nord, nella mia città e lì ricostruirò me stessa, insieme a mio fratello e magari anche insieme a...

No, meglio non pensarci neanche! Non dovevo né volevo pensare a lui.

Ancora dei rumori, chi era?

Vidi un ombra e sentii dei passi....Poi uno sciame di capelli blu... Saga!

Non poteva essere Kanon, distinguevo fin troppo bene i due fratelli, anche se a tutti parevano identici. Ma il profumo di Kanon era ben diverso da quello di Saga, il passo di quest'ultimo l'opposto del fratello.

Scesi dall'albero su cui mi trovavo.

"Cosa ci fai, qui, a quest'ora?"

" E' la stessa cosa che potrei chiedere io a te"

Vidi che in mano teneva dei colori ed una tela...

"Sei venuto per dipingere?"

"Voglio catturare la luna e metterla sulla tela, ma non ci riesco... E' il mio sogno, catturare l'argento e imprimerlo col pennello sul mio quadro"

"Ma non ti ho mai visto farlo..."

"Dipingo anche altro, sai che non riesco a trattenere la mia mano quando ho di fronte e nell'animo dei colori...Ma questo quadro è importantissimo per me. E' l'impronta di me stesso, ma non riesco a trasferirla sulla tela."

Sorrisi, quanta passione metteva in quelle parole

"E poi, cosa vorrai farci una volta che avrai catturato la Luna?"

"A quel punto non sarà più mia..."

Non capii quello che intendesse con quelle parole e corrugai le sopracciglia. Cosa c'era di più personale di un quadro a cui si stava dedicando anima e cuore?

" Non fare quello sguardo" Sorrise " Non so ancora di chi sarà, so solo che quando sarò riuscito a catturare quei raggi d'argento, allora questo quadro non sarà più mio...Forse sarà di qualcuno a cui tengo così tanto da dare il Mio quadro...non lo so..."

Lo fissai e guardai con attenzione quegl'occhi che sembravano amalgamarsi alla perfezione con il buio di quella sera, così cupi e così soli.

Mi resi conto di stare pregando perché quel quadro potesse essere mio, quando fosse nato. Stavo sperando che il Suo quadro potesse essere per me... Saga... C'è spazio, per me, in quel quadro?

Si mise a dipingere, ampie pennellate di blu e nero, ma non sembrava soddisfatto. Aveva disegnato le pendici di un monte con un fiore che spuntava e la luna che lo illuminava. Ma più il disegno prendeva forma, più il suo sguardo si faceva disgustato.

Io rimanevo lì ad osservarlo, intento a ricercare dentro di sé quello che non riusciva a trasportare sulla tela.

Non parlava, non guardava niente se non la luna e il quadro. Non esistevo, ero lì ad osservare il pittore, ma non ero un colore da cui attingere. Nessuna delle mie sfumature sembravano comparire sul suo pennello, non ero una tavolozza adatta? Non avevo la giusta intensità di blu?

Solo ad un certo punto si girò verso di me, ormai stava albeggiando e il quadro era quasi completato. Bellissimo per me, ma io stessa sentivo che mancava qualcosa, era freddo e poco coinvolgente

"Vedi, non ce la faccio, provo e riprovo, ma i risultati sono pessimi"

"io lo trovo ben fatto"

"Hai detto bene, è ben fatto, ma non è niente di più"

Quel fiore sulla montagna stonava, troppo ingenuo per essere potuto sbocciare su quel dirupo. I suoi petali si sarebbero di certo spezzati alla prima folata di vento e sarebbe morto perché la montagna non avrebbe potuto nutrirlo.

"Stai guardando il fiore..."

"Sì... è incompreso, lassù, in cima a quel dirupo, è solo..."

"Non dovrebbe stare lì, non doveva nascere lì e morirà. Ho disegnato un fiore destinato a morire"

Prese il quadro e fece per buttarlo via, ma glielo impedii.

"Non buttarlo, a me piace. Posso tenerlo?"

"Tieni un fiore che sai destinato a morire?"

"Sì... Sarà come fosse il mio fiore..."

Non capii subito. Quel fiore così fuori posto e dissonante mi somigliava, ma io non lo sapevo ancora.

* * *

Saga

Finalmente mattina. Finalmente Earin se n'era andato.

Atene, la città degli dei, non avrebbe avuto più segreti, la sua gente, i suoi templi e il suo calore sarebbero stati finalmente parte di me.

Alle porte della città, però, rimasi senza parole. Non avrei potuto immaginare questo splendore, non avrei mai potuto immaginare così tante persone e così tanta vita, tutta insieme.

Sentii il mio cuore riempirsi di gioia, mi sentivo felice, avrei voluto ridere, andare in giro ed abbracciare tutti.

Anche i miei due compagni di viaggio sembravano apprezzare quella visione, così diversa da tutto ciò a cui eravamo abituati... E Earin ci aveva sempre impedito di vedere e visitare qualcosa di così grandioso?

Perché?

Non lo sapevo e non lo sapeva nessun altro...

Ma ora non m'interessava di Earin, volevo solo visitare Atene in ogni sua più piccola via, in ogni suo abitante. Tuttavia la mia attenzione fu attratta da qualcosa, costruzioni che neanche negli anfratti più nascosti della mia fantasia avrei potuto immaginare. Lontano, un po' offuscati dalla luminosità del sole, si ergevano diversi templi, l'uno di fila all'altro e in cima una costruzione degli dei, così ricca ed imponente da lasciare senza fiato. Osservavo quell'immenso insieme di curve, quasi seducenti nella loro armonia...

"Cosa fissi?"

Aska interruppe così il mio stupore

Indicai il luogo dove vedevo quei templi, senza essere in grado di proferire parola.

"Ma cosa c'è?"

Ma come cosa c'è, non vedi le dimore di qualche dio? Volevo dirle, ma non dissi niente, le parole erano quasi congelate nella mia gola.

"Le dodici case e..il grande Tempio..." disse infine Kanon. Questa sua frase dissipò il dubbio che stessi sognando. La forza che sentivo provenire da quelle mura era tale che avevo il timore che stessi avendo una visione. Niente di reale poteva essere così maestoso ... quelle case sembravano abbracciare il cielo.

"Io non vedo niente" Scosse la testa, Aska

"Come no? Là in fondo..."

Ma di nuovo, fece cenno di non vedere niente.

"Avviciniamoci, magari allora lo vedrai..."

"E' ben stana, questa cosa, io lo vedo benissimo" aggiunse Kanon. Anch'io lo vedevo benissimo, come mai lei no? Mi vennero in mente le parole del nostro maestro a proposito del Grande Tempio

"Solo i prescelti possono vedere la magnificenza di quelle mura, la gente comune non può nemmeno avvicinarsi..."

Non avevo badato a quelle parole, mi sembrava impossibile che delle costruzioni fossero invisibili... Invece Aska non vedeva niente, forse perché io e mio fratello stavamo per diventare cavalieri, o forse perché in noi c'era la forza di un cosmo... Non so.

Decidemmo di andare tutti insieme alle dodici case, magari Aska avrebbe visto qualcosa, più da vicino...

"Che strano, sembra di vedere le ombre in lontananza...Non so se è la suggestione delle vostre descrizioni, ma ora credo di vedere qualcosa"

Ci eravamo avvicinati di molto, forse il santuario è protetto da uno schermo che impedisce agli estranei di avvicinarsi ai suoi confini, ma più vicini si va, più è possibile vederlo.

Non so, ero felice, comunque, che anche Aska potesse vedere quelle mura che mi stavano togliendo il fiato.

Arrivammo ai piedi di una lunghissima scalinata che sembrava entrare ed uscire da ogni singolo tempio ed arrivare in cima...Infinita.

Interminabile, così maestosa, sembrava portare alla reggia degli dei. Ero incantato, da una semplice scala e dai templi che accompagnavano il suo corso. Il mio sguardo si fermò al terzo, sentii una forza nota, quasi familiare provenire da lì. La casa dei gemelli, la casa di Earin e del cloth per il quale stavo combattendo...

"Cosa ci fate qui?"

Una voce interruppe il fiume dei miei pensieri, pensai d'essere stato scoperto in un luogo proibito, ma vidi che la persona che aveva parlato, non era altro che un ragazzo della mia età. Il suo corpo, però, emanava un'energia portentosa. Era un insieme di calma, di forza e gentilezza ma allo stesso tempo di aggressività... Sembrava essere un bambino innocuo, invece i suoi occhi emanavano una luce di totale controllo della situazione. Una luce estremamente brillante. Non c'era cattiveria, anzi quegli occhi viola mi stavano scrutando con delicatezza.

Era quasi un tocco, il suo sguardo, una carezza sulla mia anima. Non volevo che smettesse di guardarmi, non volevo che quel contatto visivo terminasse. Così piacevole...

Ma poi mi ricordai che con me c'era Kanon e che non avremmo dovuto farci vedere insieme.

Mi girai per vedere dove fosse, ma con me c'era solo Aska. Aveva fatto in tempo a nascondersi? Probabile, non si sarà lasciato stregare dal santuario e avrà avuto la prontezza di andarsene.

"Allora, chi siete?"

Quel ragazzo distolse lo sguardo da me...peccato.

Non distolsi il mio, però, volevo ancora osservare quel sorriso e quel viso che prima m'avevano guardato così intensamente da parere mi scrutassero l'anima.

Scossi la testa, non ero pronto a rispondere. Non sapevo cosa dire, che ero apprendista di Earin? Non potevo, che dire dunque?

"Muu, dove sei?" Una voce chiamò quel ragazzino e mi trasse d'impiccio.

"Sono qui, maestro Sion"

"Vieni qua, poi potrai svagarti"

Mi ridiede un'occhiata, ancora così intensa da lasciarmi senza parole

"Ci vediamo dopo"

E se ne andò.

Chi era quel ragazzo? Dove stava andando? Perché se n'era andato e non era rimasto ancora un po' qui con me?

L'avrei guardato e riguardato, avrei voluto parlare con lui e...avrei voluto dipingere quei suoi colori così intensi. Avrei cosparso la tela di toni così accesi ma calmi, di sfumature così cariche ma dolci che sarebbe venuto fuori il più bello dei quadri...

Volevo rivedere quel ragazzo.

* * *

Aska

E vidi, così, come se tutto fosse niente, sparire il mondo dagli occhi del mio Saga, perdere il contatto con Atene e riempirsi di quel ragazzino che ci aveva parlato.

I suoi occhi verde cupo brillarono di luce riflessa e di luce propria che però traeva forza dal viola dell'iride di quel Muu...

Sparirono le sue malinconie, sparirono i suoi pensieri, sparirono le stelle nere che di solito brillavano in quegl'occhi e si ricolmarono di stupore per il viso di quel ragazzo e di estasi per quello sguardo. Si riempirono di Muu...

E io, se mai ero appartenuta a quegli occhi, sparii col resto. Dissolta in un attimo, persa nel niente di un soffio, guardavo la mia antica casa, che non s'era neanche accorta di non avermi più...

Lo vidi chiaramente, l'alito di speranza che ancora nutrivo, si sciolse perché Muu aveva fatto evaporare qualunque cosa da quei bellissimi occhi.

Saga era ancora lì, con la bocca aperta, a fissare il punto in cui era sparito Muu e a pregare che tornasse indietro.

Sarei voluta sparire veramente.

* * *

Kanon

Ero riuscito a nascondermi in tempo, Saga non aveva neanche sentito i passi di quel ragazzino, ma vidi perfettamente la scena... Vidi la mia Aska scolorire e guardare Saga con occhi con cui non aveva mai guardato me. Vidi ogni singola lacrima che avrebbe voluto versare, decolorare quelle labbra che di solito erano così rosse...

Saga, era innamorata di Saga come mai avrebbe potuto esserlo di me.

Quel pensiero mi trafisse il cuore, vidi ogni filo d'oro dei suoi capelli sollevarsi nel vento e cantare la disperazione inespressa di aver capito che quel ragazzino aveva preso il posto che avrebbe voluto lei. O no? Non capivo i sentimenti di Saga. Per la prima volta, mi resi conto di essere completamente staccato da mio fratello, di non capirlo, ma neanche di volerlo capire. Come poteva non essersi accorto di quale creatura gli stava vicino?

E, soprattutto, perché lei s'era accorta di lui e non di me?

Perché lui era migliore? Perché aveva sempre avuto il favore delle stelle e degli dei?

E io? Cosa potevo fare io, che ero solo il fratello gemello di Saga?

Aveva rubato al cosa più preziosa che avessi, il cuore di Aska, l'aveva rapito, l'aveva chiuso nelle segrete di un palazzo impenetrabile, ma poi ne aveva perso la chiave. Ed ora lei era lì, con le guance prive di colore e con le mani che tremavano di disperazione.

Gli dei soli sanno quanto avrei voluto abbracciarla, riscaldarla fra le mie braccia e dirle che l'amavo. Sarebbe stato inutile. Lei voleva Saga, lui era la causa di quel pallore, lui era la causa del mio dolore. Si poteva forse competere con lui?

M'aveva privato della linfa e non se ne curava, rimaneva a fissare il punto in cui era sparito quel bambino dall'iride viola.

Sciocco, svegliati, girati e ... Aska. Perché vuoi Saga?

* * *

Saga

Se n'era andato, via perso dietro quelle mura, l'avrei mai più rivisto?

Torna, per favore torna e riportami quella tavolozza che portavi sul tuo viso, cosicché io possa dipingerti...

Torna a parlarmi, voglio sapere chi sei.

Ma non tornò, non subito.

Immobili, io e Aska non riuscimmo a dire niente per diverso tempo. Non stavo badando a lei, era come non ci fosse, non so quindi perché era lì e non faceva niente.

Venne Kanon a distoglierci da quello stato.

"Andiamocene" La sua voce s'era fatta incredibilmente dura, non capii perché. Non sentivo quello che stava provando mio fratello, non capivo il motivo di quell'astio e di quella tristezza. Mi girai verso Aska e vidi che anche lei aveva qualcosa di strano sul viso, ma scossi la testa. Poco importava, non riuscivo a pensare ad altro, ora, se non a quel ragazzino di poco prima. Non volevo andarmene, volevo aspettarlo lì. Sarebbe tornato...no? Lo speravo con tutto me stesso.

"Io voglio rimanere!"

Kanon mi toccò la mano e allora il contatto che prima m'era mancato, quell'attimo in cui eravamo stati due completi estranei, si dissolse e lessi, almeno in parte, quello che era successo in lui.

Sentii il suo cuore spezzato, sentii quel fiume in piena di lacrime che non avrebbe mai versato, sentii la desolazione del suo animo che s'era ritrovato in frantumi e che sapeva non avrebbe mai trovato una cura... ma stranamente, nonostante intuii tutto ciò, non provai questi sentimenti, li assimilai solamente.

Fu una sensazione strana, nuova se non altro. Le porte della mia anima erano chiuse ai sentimenti di Kanon, straboccavano dei miei, dello stato confusionale in cui m'aveva gettato Muu, dei colori che m'appartenevano più di qualunque altra cosa, ma non appartenevano a Kanon. E non percepii i suoi, non capii le sue sfumature.

Qualcosa s'era spezzato.

* * *

Aska

Lo sentii chiaramente, fu quasi palpabile, Castore e Polluce s'erano definitivamente separati, non lo sapevano ancora, ma ormai si stavano allontanando. Nel mito greco, il loro amore li aveva portati a superare le difficoltà poste dal fato e a riunirsi. Ora, questi nuovi gemelli, avevano scelto strade diverse. Non per loro volontà, ma si stavano lasciando, forse per non rincontrarsi mai più.

E' stato solo un attimo, ma qui, di fronte alle scale del Grande tempio, il destino è cambiato.

Saga non voleva andarsene. Voleva rivedere Muu. Perché eravamo venuti ad Atene? Perché m'era venuta quell'idea? Se fossimo rimasti a casa, se avessimo seguito i consigli di Earin, tutto questo non sarebbe mai successo....Ma è anche vero che non si può prescindere dal proprio fato, è anche vero che quest'ultimo piega persino la volontà di Zeus, cos'avrei potuto fare, io, stupida ragazzina, contro una forza del genere?

Però, nonostante sapessi che era inevitabile, perché stavo così male? Perché non riuscivo a pensare...Saga. Rimani con me, non andartene, diventerò un perfetto insieme di colori per le tue tele...Non lasciarmi.

Volevo gridare...Ma non potevo, volevo picchiare mani e piedi per terra, parlare a Saga e dirgli che doveva stare con me, ma ero immobile.

Dovevo tornarmene a casa, via da lì, dovevo andarmene da tutto e tutti. Volevo sparire.

Iniziai ad allontanarmi, barcollavo nella direzione che m'avrebbe riportato al mio bosco, alle mie mura e che m'avrebbe nascosto.

Kanon s'incamminò con me. Sentivo chiaramente lo sconforto e la tristezza nel suo cuore... Simili ai miei, anzi drammaticamente gli stessi.

Sgranai gli occhi, possibile che Kanon si fosse accorto di tutto, possibile che avesse capito cos'era successo in quei pochi secondi?

Possibile soprattutto, che Kanon m'amasse?

Che strana che è, a volte, la vita. Si ama alla follia e non ci si rende conto di ciò che ci sta attorno, di quanto si è amati nell'ombra, semplicemente perché a noi non interessa dell'amore di qualcuno, ma vogliamo l'amore dell'unica persona che per noi ha un senso. Così io non m'era mai accorta di Kanon, troppo diverso da Saga per anche solo pensare di scambiarli per la stessa persona, la sua anima m'aveva sempre messo a mio agio, m'aveva sempre aiutata nei momenti peggiori, era sempre stato un ottimo amico per me. Ma nulla di più, perché i colori che percepivo in Saga erano completamente assenti in Kanon. Le tonalità di quest'ultimo non si amalgamavano con le mie, non sfumavano le une nelle altre...e io non me n'ero innamorata. Invece lui sì. E io non ero stata attenta e non farlo stare male, ma avevo espresso in maniera fin troppo chiara i miei sentimenti. L'unico che pareva non essersi accorto di nulla, era Saga. Ma anche il suo cuore era troppo impegnato a prendersi cura di se stesso, piuttosto che osservare il tumulto in quello degli altri. O forse, il suo non era egoismo, aveva visto in Muu la salvezza del suo animo, quel balsamo per lo spirito che nessuno sa dare, se non raramente, e ci si stava aggrappando. Era stato solo uno sguardo, il loro. Mai, però, avevo visto una tale intensità.

Il nostro passo fu interrotto. Qualcuno si parò davanti a noi, o meglio, davanti a Kanon. Era ancora lui, Muu. Perché, ancora, veniva da noi?

Vattene, vattene!

E' colpa tua se ora sono scomparsa dalla mente di Saga...vattene...via.

Ma quegli occhi viola non riuscivano a tirarmi fuori tutta la cattiveria di cui avrei avuto bisogno per stare un po' meglio. Quello sguardo profondo e limpido riusciva a suscitare persino in me, calore. Non parlò, passò quegli occhi su di me prima, poi su Kanon. Pensava fosse Saga, credo.

Lo guardò a lungo, senza dire una parola, poi però vidi che arricciò le sopracciglia e se ne andò.

Mi ridiede un occhiata, triste e malinconica. Sembrava volesse quasi chiedermi scusa. Possibile che quel ragazzino m'avesse letto nel cuore? Vidi i suoi occhi lucidi, quasi fossero ricolmi di lacrime, quasi mi volessero spiegare che, sebbene Saga fosse stato sottratto da me, lui se ne sarebbe preso cura.

Cosa dire a quegl'occhi?

Così luminosi, ma di colpo cupi per aver capito d'essersi imposto dove già c'era qualcuno, per aver capito d'aver ferito una persona ma con la promessa che avrebbe cullato ed accarezzato quello spirito così solo...

Possibile che, nell'arco di tempo di uno sguardo, avesse potuto comunicare tutto questo? Possibile che nell'arco di tempo di uno sguardo, lui avesse capito il mio cuore?

Non lo so, forse non voleva dirmi niente, ma io lessi tutto questo e sorrisi.

Mi venne spontaneo sorridere. Sarei morta, avrei voluto dissolvermi sulle labbra di Saga, eppure quel ragazzino aveva stillato tenerezza nel mio cuore e...sicurezza che qualcuno si sarebbe preso cura del mio Saga. E' strano come, a volte, l'amore porti a porre davanti a qualunque cosa, la persona amata e si è felici perché si sa che il suo spirito verrà cullato da qualcuno che non potrà mai fargli male. Che il suo sorriso verrà donato a qualcuno che capirà ogni minima sfaccettatura di quell'atto e saprà perdersi in quel gesto...

E fu così per me, nella mia disperazione ci fu la certezza che il mio Saga avrebbe dipinto i suoi colori attingendo da un fiore che l'avrebbe cullato nel suo profumo.

* * *

Saga

Rimasi lì seduto, mentre gli altri due se ne stavano andando. Non riuscivo, non volevo muovermi. Volevo vedere quel ragazzo, volevo...capirlo.

Sarebbe tornato? L'avrei aspettato giorni, se fosse stato necessario, anni, pur di capire quello sguardo.

Ma non fu necessario, dato che lo vidi in lontananza avvicinarsi. Presi ad agitarmi, che sciocco, non avevo pensato a cosa dirgli, al perché mi trovavo lì... avrei fatto al figura dell'idiota. Sicuramente. E non volevo apparirgli stupido.

"sei ancora qui...ma ti ho visto andartene"

Probabilmente doveva aver visto Kanon, nessuno ci riconosceva, ovvio che anche Muu ci avesse scambiato l'uno per l'altro. Tuttavia, mi rattristai. Volevo essere Saga per lui e non una confusione di due persone. Ma come poteva lui saperlo, quando non conosceva neanche il mio nome?

Mi guardò, ancora, come prima. E ancora rimasi immobile, sbalordito da quello sguardo, incantato da quegli occhi ...Non volevo che smettesse. Ma poi fece qualcosa che mi toccò ancora più nel profondo, qualcosa che mi scosse così tanto che il mio cuore perse un battito.

Sorrise.

E allora il suo viso s'illuminò, quegli occhi divennero così brillanti e incantevoli che rimasi senza fiato.

"Tu non sei quello di prima... Sei un'altra persona, non posso sbagliarmi"

Questa sua frase dissipò qualunque nebbia dal mio cuore e allora anch'io, finalmente, sorrisi. Da tanto non mi sentivo così bene, così felice perché aveva riconosciuto in Kanon una persona diversa da me.

E perché Muu aveva sorriso per me.

Mi si sedette vicino

"Ti chiami Muu, non è vero?"

"Sì, mi sto allenando per diventare Cavaliere dell'Ariete, col mio maestro...anche se ci troviamo qui in visita al Santuario"

"Di solito non ti alleni qui?"

"NO, nel Jamir, molto lontano...Però... Atene serba sempre delle sorprese"

E arrossì. Di un rosso così trattenuto e dolce, che mi fece tenerezza.

"E' la prima volta che vengo qui..." ma le parole mi morirono sulle labbra. Non riuscivo a dire niente, che sciocco! Dovevo parlare, dovevo dire qualcosa, ma non potevo, la magia di quel ragazzo aveva legato la mia lingua e l'aveva resa immobile, solo quel viso aveva senso.

La notte scese, ci sdraiammo sul prato a guardare le stelle...Ormai non avevo più paura di niente, anche le parole uscivano senza più alcun timore. La sua voce era un canto per le mie orecchie, ma ancora di più, la sua risata era l'argento della luna che avevo, per così tanto tempo, voluto dipingere.

E allora seppi che quel quadro sarebbe stato suo, che i raggi della luna sarebbero stati la sua risata e che la mia anima era il mio dono per lui.


To be continued


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